Tra i blog che leggo c’è quello di Hugh MacLeod. Hugh è un free lance che lavora nella comunicazione su internet; ha scritto una fantastica guida a come essere creativi, piena di consigli sensati.
In uno dei suoi ultimi post ha parlato della Olivetti.
Una lezione di industrial design, lo aveva particolarmente colpito, quando frequentava il college. La lezione era dedicata alla Olivetti MP1 una macchina per scrivere del 1949. Cosa aveva di speciale la MP1?
In sostanza ciò che rende la macchina della Olivetti così rappresentativa nella storia del design sono queste linee pulite, sexy, arrotondate. Cosa che l’insegnante qualificò come “l’umanizzazione della macchina”.
Ciò che rende interessanti queste curve sexy e arrotondate è che al contrario, ad esempio, che nell’Art Deco, sono completamente funzionali e non decorative. La forma segue la funzione, ma in modo femminile non mascolino.
Prima dell’Olivetti(enfatizzazione mia), nessuno pensava al design industriale in termini “femminilli” . Ora si fa. basta guardare alla Apple ed al lavoro di Jonathan Ive.
Leggendo queste parole, ho pensato che poche cose ci consentono di comprendere la décadence di questo paese, quanto pensare cos’era l’Olivetti, e cos’è l’Olivetti.
Non sono mai stato fanatico del Partito Democratico: tutti questi comunisti che si accoppiano con questi democristiani; e tutti che si professano liberali: un’immagine quanto meno disturbante. Ma sono sicuro che con la discesa in campo di Veltroni le cose cambieranno, cambieranno talmente tanto, che, come nella migliore tradizione italiana, nulla cambierà.
Ma perché tanto cinismo; sparli di tutto, non ti va bene nulla. E’ vero. Bisogna avere ottimismo. Leggetevi in tanto questo istruttivo reportage sulla riunione del comitato dei 45 in cui sono state decise le regole elettorali di questa gioiosa macchina da guerra, tornatemi a parlare delle magnifiche sorti e progressive, e fatemi la cortesia di andare affanc##o.
In questo corso come ho già detto ho imparato un mucchio di cose. Ne ho già scritto.
Ma c’è qualcosa che non ci è stato insegnato, ma che, nonostante non ci sia stato insegnato, credo di aver imparato. Credo di averlo imparato perché per quanto possa essere paradossale si impara solo ciò che si sa.
Ogni nuovo medium è rivoluzionario; e la rivoluzione più importante non è quella tecnica, ma soprattutto quella sociale. E che internet sia un nuovo medium non mi pare che ci siano dubbi. Ma che internet sia rivoluzionario lo si capisce non tanto da le cose strepitose che ci consente di fare (rivoluzione tecnica) quanto dagli oppositori che ha(rivoluzione sociale): politici, giornalisti, preti.
Ieri il telegiornale narrava di come i giovani britannici pratichino il folle car surfing (andare in giro sparati sul tettuccio della macchina) e di come questa moda sia stata importata dagli Stati Uniti (via You Tube). Ovviamente il giornalista richiamava la necessità di controllare i filmati presenti su internet. Già. Mi sono chiesto perché i giornalisti non perdano occasione per demonizzare la rete; forse perché la rete sta cambiando i canali informativi, forse perché i giornalisti cessano di essere così indispensabili. Una buona risposta la da proprio un giornalista, Massimo Mantellini, riproduco qui il finale del suo articolo che invito, tutti noi Red a leggere. A martedì.
I giornalisti (non tutti i giornalisti per carita’) odiano i blog perche’ talvolta pensano che il foglio di carta che hanno faticosamente raccimolato, l’iscrizione all’ordine professionale li debba in qualche maniera garantire dalla marea di “fancazzisti” che si affacciano oggi in rete ad imitarne le gesta.
I giornalisti (certi giornalisti per carita’) odiano i blog perche’ il mondo editoriale italiano ha in questi anni selezionato spesso per clientele (come tutti gli ambiti professionali con un qualche peso) e insomma del cognome che portano si dovra’ pur tenerne conto.
I giornalisti (solo alcuni, i peggiori) odiano i blog perche’ vogliono ancora continuare a scrivere che c’e’ gente in giro che fa crescere i gatti in bottiglia e gli scoccia che qualcuno gli faccia notare che si tratta di una balla (e loro, poveri che ci hanno creduto).
I giornalisti odiano i blog perche’ non sanno cosa siano e non hanno nessuna voglia di informarsi. I giornalisti (solo alcuni i piu’ zucconi) odiano i blog perché pensano che per comunicare con gli altri si debba frequentare una scuola apposita se no poi gli altri (che sono zucconi) non ti capiscono. I giornalisti (molti, non tutti, ma molti si’) odiano i blog perche’ odiavano Internet prima e gran parte del lavoro era gia’ fatto e allora fatto 30 facciamo 31. I giornalisti odiano i blog perche’ e’ come in quel gioco nel quale ad ogni stop della musica si toglie una sedia. E insomma, loro, con rispetto parlando, hanno paura alla fine di rimanere in piedi. A guardarsi la punta delle scarpe pensando a tutta la fatica sprecata per non essere poi proprietari
di un bel niente. Esattamente come un blogger.
L’Italia è all’ultimo posto al mondo per investimenti in ricerca e università, al settimo per le spese militari1. Nelle dichiarazioni dei redditi per il 2005 solo il 2% dei contribuenti dichiara oltre i 100.000 euro, mentre il reddito medio si attesta a circa 23000; ma in una grande città come Torino – per esempio – circolano oltre 75.000 auto di lusso, a fronte di poco più di 8000 superricchi2.
I forti contrasti che emergono da queste poche cifre impongono alcune considerazioni. Le sfide lanciate dalla globalizzazione alle società postindustriali avanzate sono state raccolte in modo diverso da paesi più sviluppati. L’Italia si è prodotta – con risultati contraddittori – nell’immane sforzo di risanare i propri conti pubblici, ma ha rinunciato a effettuare politiche di sviluppo credibili, lasciando campo libero alle imprese private nazionali e multinazionali, a cui non è parso vero poter approfittare di una mano d’opera – spesso e volentieri soprattutto intellettuale – molto giovane, molto precaria e molto poco flessibile.
Riguardo a recenti discussioni sugli intrecci di potere nella capitale subalpina, propongo la lettura di un eloquente articolo pubblicato il 5 marzo scorso – nell’ambito dell’inchiesta a puntate Chi comanda nelle città - dal quotidiano La Repubblica.Leggi il seguito di questo post »
Calvino dedica la sua prima lezione americana al valore della leggerezza, contro la «pesantezza, l’inerzia e l’opacità del mondo, qualità che s’attaccano subito alla scrittura,se non si trova il modo di sfuggirle»1.
Mondo Medusa, mondo di pietra è quello a cui Calvino vuol sfuggire. L’allegoria del rapporto poeta/mondo è dipanata da Calvino nel mito di Perseo (Poeta) e Medusa (Mondo).
In una scena del film2 dell’autore americano Paul Schrader sulla vita e la opera di Yukio Mishima il protagonista afferma che il mondo non sa che farsene delle parole, ma che le parole possono cambiare il mondo. Leggi il seguito di questo post »
EPIC 2015, Film Flash del Museum of Media History, distopia futurista su passato, presente e futuro della rete, del informazione e delle libertà individuali.
Eccone i passaggi più importanti a partire dal 2006
(N.b: Google Grid e Newsboster non esistono, il video è stato prodotto nel 2004 e modificato nel 2005)
2006: Google fonde i suoi servizi (Mail, Docs, Blogger, News, TiVo) in Google Grid.
2007: Microsoft contrattacca proponendo Newsboster (Newsbost + Friendster), piattaforma di social networking e giornalismo partecipativo basata sulla carta elettronica Sony, più economica di quella tradizionale.
2008: Google e Amazon si uniscono in Googlezon, offrendo una personalizzazione totale dell’informazione, degli acquisti e della pubblicità.
2010: Googlezon annichilisce Microsoft. Mediante un nuovo algoritmo gli articoli sono creati dinamicamente, ricombinando le varie fonti informative. Il computer scrive articoli personalizzati per ogni utente.
2011: The New York Times Company denuncia Googlezon per violazione del copyright. La corte suprema nordamericana si pronuncia in favore di Googlezon.
2014: Googlezon lancia EPIC “Evolving Personalized Information Construct” (Schema Informativo Evolutivo Personalizzato). “EPIC produce un pacchetto di contenuti personalizzato per ogni utente, impiegando scelte, abitudini di consumo, stili di vita, informazioni demografiche e reti sociali per modellare il prodotto…
Nella sua migliore espressione, tagliata su misura per un utente colto, EPIC rappresenta la più profonda, vasta e raffinata silloge del mondo mai realizzata prima…, nella sua peggiore espressione è una mera collezione di scempiaggini, pettegolezzi e notizie sensazionalistiche, ma EPIC è ciò che la gente ha scelto”.
2015: Il New York Times va offline, scegliendo di sopravvivere come newsletter cartacea per l’élite anziana.
Sull’uso della carta da giornale ci ha già detto Gianni.
Ma i Giornali in sé a cosa servono? Ora intendiamoci non voglio dire che con l’era di internet i giornali non hanno più senso perché… e qui mettete tutte le motivazioni che rendono i giornali obsoleti. Internet ha ancora delle limitazioni rispetto alla carta (cioè rispetto al medium inteso in senso stretto, più che rispetto ai contenuti); limitazioni che valgono anche quando si compara internet ai libri.
Voglio dire qualcosa di diverso.
I giornali una volta erano un megafono. Spargevano informazione amplificandola: mandi il reporter laddove pochi potrebbero giungere. Il reporter scrive, o meglio detta con mezzi di fortuna, ed il giornale in brevissimo tempo fa detonare la notizia: se il reporter è bravo è come se tutti coloro che leggono il giornale siano stati nel luogo sperduto e irraggiungibile, nel teatro di guerra, alla prima prestigiosa.
Oggi i giornali sono imbuti. Il flusso di informazioni è talmente grande che la funzione del giornale è filtrare. Il giornale decide cosa è rilevante e cosa no, non ospita l’opinione pubblica ma decide per lei su cosa deve opinare. Non è che questo non fosse vero anche in passato. In fondo se mandi un reporter in un posto, non lo mandi in un altro. Ma all’epoca l’informazione era un bene prezioso, scarso: era meglio una scarsa informazione che niente informazione. Oggi possiamo ancora dire che sia così?
Secondo i “giornalisti” di Sky Tg24 stamattina alla stazione di Vicenza “c’erano più vicentini in partenza per il Carnevale di Venezia che non manifestanti in arrivo”. Questo è il tenore dei reportages della diretta offerta (con tanto di elicottero, proprio alla distanza del cielo) da quello che spesso ho sentito definire “il migliore canale di News italiano”. Mi compiaccio di non aver mai sottoscritto alcun abbonamento per usufruire di servizi giornalistici di questa natura (sto seguendo la cosiddetta “diretta” su internet). La considerazione, l’ennesima considerazione che mi viene da fare è che (anche) in questo paese la stampa libera (se mai è esistita) è morta, asservita agli interessi di quelle quattro lobbies economico-finanziarie (spesso in guerra fra loro) che ad arte (mal)scrivono i programmi delle fintamente contrapposte coalizioni politiche. A tutto ciò si affiancano il pressapochismo, l’incapacità, la continua esibizione di sciatteria linguistica, ormai prevalenti – dai grandi networks nazionali ai giornalini parrocchiali – sulla scena giornalistica italiana. La caccia alla forma delle stelle sugli striscioni o al tipo di slogan urlato segna la degenerazione post-postmoderna (sic) della semiologia ad instrumentum imperii: si tratta – per citare una mia amica filosofa, in odore di santità – del “gossip come medium di comunicazione sociale”.
Speriamo, ma non ci conterei troppo, nel web 2.0.
Vicenza vista dal cielo (di Sky) , ovvero il gossip come medium di comunicazione sociale
Sabato, 17 Febbraio, 2007Speriamo, ma non ci conterei troppo, nel web 2.0.